Note sulla musica di San Marco

La chiesa di San Marco in quanto Cappella del Doge, era la Chiesa Ufficiale della Repubblica. Il Vescovo di Venezia che dal 1451 aveva il titolo di Patriarca, precedentemente legato alla Chiesa di Grado, risiedeva a San Pietro di Castello che era la sua Cattedrale. San Marco non dipendeva dal Vescovo locale ma da un Primicerius nominato dal Doge; la cura della Chiesa di Stato era demandata alla “Procuratia de Supra”, che era la prima delle magistrature della Repubblica.
L’autonomia di cui godeva San Marco dà ragione di come alcune modalità di quello che era chiamato rito patriarchiano o rito marcolino, nelle pratiche liturgiche, si differenziassero dal rito romano.
Con i crollo della Serenissima S. Marco, a decorrere dal 1807, divenne sede patriarcale assumendo il nuovo ruolo di Cattedrale.  Solo dopo detta trasformazione venne ufficialmente introdotto il rito romano, conservando però alcuni precedenti atti liturgici con melodie tramandate oralmente per molti decenni fino, ed oltre, alla riforma del Concilio Vaticano II.
Non si posseggono dati attendibili, in quanto non esistono fonti scritte, sulle musiche che si eseguivano nella chiesa di S. Marco nei primissimi secoli. Si è invece in grado di sapere quali fossero le melodie liturgiche che accompagnavano le celebrazioni nella Basilica dalla prima metà del 200′ fino ai primi del ‘500. Si è recentemente appreso che la musica polifonica entrò in S. Marco verso la metà del ‘400 ad opera di un prete di nome Johannes De Quadris, proveniente dalla Diocesi di Sulmona, attivo in Basilica ed autore di varie composizione polifoniche espressamente scritte per S. Marco. Le melodie gregoriane sono state sempre presenti nei riti marciani, eseguite in forma di cantus planus dal clero ivi afferente, fino alla caduta della Serenissima.

S. Marco, cappella privata del Doge, come già accennato, impiegava un rito liturgico particolare ed autonomo anche dopo l’uniformità prevista dal Concilio di Trento del 1563. quale espressione di indipendenza ed anche come strumento celebrativo e spettacolare a fini di propaganda politica a livello europeo. I Procuratori di San Marco potenziarono la consistenza della cappella musicale al punto che ai primi del ‘400 fu istituita una vera e propria scuola di canto per octo pueri veneti che eseguivano non solo composizioni polifoniche liturgiche, ma anche musiche per occasioni celebrative come in occasione delle elezioni di Tommaso e Francesco Mocenigo.
Nel 1491 l’organico era di 15 cantori diretti da un maestro “forestiero” che veniva dal nord: Petrus de Fossis ritenuto per lungo tempo il primo Maestro di Cappella. Poco prima della metà del ‘500 il Doge Andrea Gritti chiamò il celebre musicista fiammingo Adriano Willaert il quale introdusse l’uso dei “cori spezzati”, con gruppo di cantori separati e posti ad una certa distanza l’uno dall’altro. Tale prassi, che divenne specificamente marciana, anche se presente in altre chiese come nel Duomo di Padova e a Treviso, consentiva alternanze, contrasti timbrici e rimbalzi, con echi e risposte tra i vari gruppi, detti “cori battenti” come nello stile antifonario. Gli esecutori non erano collocati, come si credeva in passato, nei due organi presenti sui due lati opposti rispetto al presbiterio, ma entro il pulpitum mag
num cantorum ed entro il pulpitum magnum lectionum, al di fuori dello spazio celebrativo, separato dal resto della chiesa dall’iconostasi.

Altra figura di grande prestigio fu quella successiva di Cipriano de Rore, anch’egli fiammingo, a cui seguirono i veneti Zarlino, grande teorico del tempo, e, tra gli ultimi decenni del ‘500 ed i primi del ‘600, Andrea e Giovanni Gabrieli, zio e nipote, impiegati agli organi. In quel periodo era attivo anche un nutrito gruppo strumentale composto da violini, cornetti e tromboni che integravano e dialogavano con le parti vocali o sostituivano. Vi sono molte celebri composizioni solo strumentali della seconda metà del ‘500 quali le sacrae cantiones, vulgo mactecta appellae, di Andrea Gabrieli, le scarae symphonie di Giovanni Gabrieli, fino alle sacrae cantiones di Giovanni Croce, Chiozzotto, del 1601.
Ai primi del secolo XVII si sviluppò in S. Marco un’importante scuola di violino, strumento all’epoca  relativamente nuovo, che ebbe un notevole incremento successivamente, in epoca barocca.
La presenza di così ampi e qualificati complessi musicali, vocali e strumentali, consentì celebrazioni di importanti eventi politico-militari e diplomatici tra cui ricordiamo:

  • nel 1571 una messa “solennissima” in cui fecero “concerti divinissimi” per la vittoria di Lepanto contro i Turchi
  • nel 1585 si apprestò un palco nuovo per i musici e si aggiunse un organo portatile, in occasione del passaggio a Venezia dei Principi giapponesi
  • nel 1598 fu eseguita una messa “piena di diversi concerti d’istrumenti e voci” in occasione del trattato di pace tra Francia e Spagna

Il complesso e articolato cerimoniale liturgico e musicale era essenziale per comunicare l’immagine e il prestigio della Serenissima. Con l’aumentare degli organici fu necessario occupare nuovi spazi presso il presbiterio: nella cantoria di destra un maestro dirigeva gli strumentisti, in quella di sinistra altro direttore per altro gruppo di esecutori. La liturgia quotidiana era affidata ad un gruppo di cantori scelti tra l’organico del clero della basilica, i quali eseguivano in gregoriano (cantus planus).

Alla fine del ‘500  fu redatto il “cerimoniale” che consisteva in un volume continuamente aggiornato, a disposizione del Maestro di Cerimonie il quale doveva sorvegliare affinchè tutto il cerimoniale, comprese le tipologie musicali, fosse conforme alle consuetudini e ai necessari aggiornamenti, in particolare per gli eventi celebrativi di grande rilievo.
Nel 1613 divenne Maestro di Cappella il celebre Claudio Monteverdi, nato a Cremona nel 1567, già al servizio dei Gonzaga a Mantova, che rimase a Venezia fino alla morte avvenuta nel 1643 (sepolto ai Frari e sulla cui tomba ci siamo più volte recati in doveroso omaggio). Monteverdi nel 1631, ad un anno di distanza dalla tragica epidemia di peste, accompagnò la posa della prima pietra della Chiesa della Salute, con “inni e salmi al Signori” eseguiti dai cantori di S. Marco.  Grande fu lo splendore a cui Monteverdi portò la cappella marciana, da una parte recuperando antichi valori della musica a cappella, cioè senza accompagnamento strumentale, e, dal’altra, potenziando l’organico strumentale con l’assunzione stabile di 12 strumentisti.  Va ricordato per inciso, che Monteverdi, a fianco della enorme produzione di musica sacra, è stato anche autore di una grande quantità di musiche profane, soprattutto di libri di madrigali, fino alla composizione di varie opere che dal madrigale drammatico-rappresentativo spaziano fino alle prime forme di melodramma di cui è stato fondatore congiuntamente con la Camerata Fiorentina: il Combattimento di Tancredi e Clorinda, l’Orfeo, ecc, ne sono fulgidi esempi!.
Dopo la morte di Monteverdi il cantore marciano Giacomo Razzi scrisse una lettera al maestro romano Giacomo Carissimi, allo scopo di convincerlo a trasferirsi a Venezia, in cui si legge “… il maestro viene quando gl’è comodo che ha il vice maestro ch’assiste sempre.. ci sono più di 40 cantori, 2 organi, 12 strumentisti fissi…qua son talmente innamorati delle novità…che non si bada a spesa a far le musiche fuori chiesa….non c’è musica per piccola che sia che non arrivi a 50 ducati, ve ne sono di 100, 200 e 300 e i zecchini camminano….).  Dalla lettera si ricavano anche informazioni sulle opportunità musicali cittadine che coinvolgevano anche componenti della cappella dogale.

Nel 1668 alla direzione della Cappella Marciana fu chiamato Francesco Cavalli, prima cantore e poi secondo organista, che, nelle composizioni, ereditava lo stile moderno di Monteverdi, dimostrandosi anche validissimo direttore.
L’organico completo della cappella dopo la metà del ‘600, costituito da oltre 40 cantori, 2 organisti e 12 strumentisti fissi, veniva impiegato solo in circa 10 occasioni all’anno, anche se i cantori accompagnavano spesso il Doge nelle sue manifestazioni esterne come alla Salute il 13 giugno, alla processione della domenica successiva al Corpus Domini, ecc.
Nel ‘500 e nel ‘600 la committenza musicale ed artistica in Venezia era molto rilevante specie da parte delle Scuole Grandi (S. Maria della Carità, S. Giovanni Evangelista, S. Maria della Misericordia, S. Rocco, S. Marco, S. Teodoro) sia per le ampie disponibilità di denaro e beni di cui godevano, sia per il fatto che esse partecipavano con i loro musicisti ai grandi eventi religiosi pubblici.
Interessante inoltre rilevare che i cantori veneziani, per far fronte alla concorrenza cittadina, si costituirono in Associazione onde porsi liberamente sul mercato.
Intorno al 1680 Giovanni Legranzi, da poco Maestro di Cappella in S. Marco, in precedenza attivo presso S. Maria della Fava, pose mano ad un riassetto dell’orchestra, portando a 34 gli strumentisti, soprattutto archi secondo le tendenze compositive del momento, e introdusse il genere “Oratorio” di origine romana.
In tal periodo iniziava la migrazione di musicisti da Venezia presso le più remunerative corti europee.
Nel ‘700 l’attività musicale a Venezia privilegiava innanzitutto il Teatro, poi la musica sacra dei 4 Ospedali ed infine la Cappella Marciana nelle più importanti ricorrenze liturgiche: dalla Salute a S. Marco, dal cerimoniale dell’Ascensione alla Messa di Natale sempre in S. Marco a cui venivano invitate celebrità del teatro, castrati come Farinelli e Guadagni in qualità di solisti di canto, ed altri musici forestieri che venivano impiegati in mottetti solistici nei momenti meditativi della Messa.
Baldassare Galuppi (Burano 1706 – Venezia 1785), divenuto Maestro di Cappella, riordinò gli organici orchestrali che si modernizzarono secondo l’incipiente stile classico. Tuttavia, gran parte del repertorio, al di fuori delle festività solenni, era costituito da musiche a cappella, per sole voci, secondo la tradizione di matrice cinquecentesca.
Charles Burney, musicologo inglese impegnato nella ricognizione delle istituzioni musicali europee, nel 1770, ascoltando in S. Marco una messa di Galuppi, fu colpito dall’uso di 6 cori e 6 orchestre, e la musica gli parve “nell’insieme piena e grave..con ottimi effetti…questa chiesa con le sue 5 cupole non ha un’acustica felice poichè il suono si rompe per effetto dell’eco prima di raggiungere l’orecchio..”.
Antonio Lotti, nominato Maestro di Cappella nel 1756, a 4 anni dalla morte, componeva musiche nello stile antico, di imitazione palestriniana, arricchito dall’armonia delle risorse settecentesche.
Iniziava quindi un periodo che potremmo definire di decadenza della Cappella Marciana in quanto veniva esercitata sui turisti ed altri una maggiore attrazione da parte delle esecuzioni sacre delle “putte” dei 4 Ospedali Grandi (La Pietà, L’Ospedaletto, Gli Incurabili, I Mendicanti). Gli Ospedali provvedevano alla formazione musicale, vocale e strumentale, delle figlie, orfane o bastarde, che tenevano vere e proprie stagioni di concerti spirituali nelle chiese annesse.
Le cosidette “figlie di coro” adeguatamente preparate anche da illustri maestri, facevano musica non solo “a gloria di Dio” ma anche per danarosi forestieri e residenti da cui ottenevano ingenti donazioni.
Crollata la Serenissima, trasformata nel 1807 la Chiesa di S. Marco in Cattedrale della Diocesi di Venezia, la Cappella Musicale sospese tutte le attvità legate a cerimoniali pubblici.
Con l’insedarsi della dominazione austriaca ripresero in S. Marco i solenni Te Deum di ringraziamento in occasione delle vittorie dell’esercito asburgico.
La Basilica di S. Marco resterà comunque il luogo delle grandi messe con orchestra e solisti nelle occasioni di grande rilevanza liturgica, nonchè di funerali ed anniversari.
Prof. Merio Rossi